MONASTERO CLARISSE TERNI – CELEBRAZIONE DELLA III DOMENICA DI PASQUA. MONS. PIEMONTESE: “NEI DUE DISCEPOLI, CHE SI ALLONTANANO DI GERUSALEMME, IN FRETTA E DISTANZIATI, POSSIAMO INTRAVEDERE E LEGGERE LA VICENDA DELL’UMANITÀ NEL TEMPO DEL CORONAVIRUS”.

MONASTERO CLARISSE TERNI – CELEBRAZIONE DELLA III DOMENICA DI PASQUA. MONS. PIEMONTESE: “NEI DUE DISCEPOLI, CHE SI ALLONTANANO DI GERUSALEMME, IN FRETTA E DISTANZIATI, POSSIAMO INTRAVEDERE E LEGGERE LA VICENDA DELL’UMANITÀ NEL TEMPO DEL CORONAVIRUS”.

28 Aprile 2020 0 Di Orvieto Notizie

Terni – La messa festiva della III domenica di Pasqua, è stata celebrata, senza la presenza dei fedeli, dal vescovo mons. Giuseppe Piemontese, nella chiesa di Santa Chiara del monastero clariano della Santissima Annunziata di Terni, e che è stata animata dalle sorelle Clarisse.
Il vescovo ha ricordato come “Nei due discepoli, che si allontanano di Gerusalemme, in fretta e distanziati, possiamo intravedere e leggere la vicenda dell’umanità nel tempo del Coronavirus…. Uomini e donne, che avevano impostato la parabola dell’esistenza in una folle gara di orgogliosa presunzione di raggiungere traguardi scientifici, economici e sociali infiniti, ponendo ai margini limiti etici e il bene complessivo dell’intera umanità: la terra, il cielo, il mare, gli animali, le piante, l’uomo in tutte le sue dimensioni. I due di Emmaus, spaventati fuggono, impauriti per le loro attese deluse e per le ambizioni frustrate”.

L’Omelia del vescovo

“Tempo di Pasqua, esperienza del Risorto, trasformazione della vita cristiana. Come gli apostoli, chiusi in casa, pieni di fede e di attesa, ci disponiamo ad incontrare Gesù Risorto, che ci aiuta a leggere gli eventi “pasquali” che stiamo vivendo, e a reagire con speranza e gioia. Quella che abbiamo vissuto e stiamo vivendo è una Pasqua senza la presenza fisica del Popolo di Dio, sottolineata dalle note del dolore, sofferenza, malattia, morte. La paura per il contagio e la preoccupazione per il futuro: sono i sentimenti e il clima dominante e che ci tengono segregati nelle case in una lunga e interminabile quarantena di quasi 2 mesi.

E anche ora che si parla di ripresa, di fase 2, di riaperture, ci rendiamo conto che nulla sarà più come prima. Dovremo cambiar abitudini, ci aggireremo per le strade sospettosi, saremo abitanti di un mondo che dovrà privarsi del calore dello stare insieme, delle grandi adunate festose di liturgie religiose e civili.

Dovremo accontentarci di camminare in solitudine, di relazioni a distanza, di convivenza senza prossimità, di amicizia senza abbracci, di affetti senza baci.

La costruzione di una civiltà, società, fatta di convivenza umana si priverà degli elementi di affettività e sentimenti, di interscambio di flussi affettivi, che renderanno le nostre comunità fredde e razionali.

Nei due discepoli di Emmaus, che si allontanano di Gerusalemme, in fretta e distanziati, possiamo intravedere e leggere la vicenda dell’umanità nel tempo del Coronavirus.

Uomini e donne, che avevano impostato la parabola dell’esistenza in una folle gara di orgogliosa presunzione di raggiungere traguardi scientifici, economici e socili infiniti, ponendo ai margini limiti etici e il bene complessivo dell’intera umanità: la terra, il cielo, il mare, gli animali, le piante, l’uomo in tutte le sue dimensioni.

I due di Emmaus, spaventati fuggono, impauriti per le loro attese deluse e per le ambizioni frustrate. Una prospettiva di vita infranta. Noi speravamo…

Emmaus è la certificazione della sconfitta di un modello di umanità e di sviluppo basato solo in una dimensione orizzontale, in una prospettiva terrestre, fatta di possesso smodato, sfruttamento della creazione, in una competizione selvaggia, prevalenza degli istinti animaleschi della lussuria, predominio dell’uomo sull’uomo, di nazioni su nazioni con la forza della violenza, delle armi, dell’economia, della finanza…Noi speravamo… Ora constatiamo la fine di un sogno, la certificazione della vittoria e prevalenza dell’odio e della morte. La prospettiva è allontanarsi e in fretta… andare lontano anche fisicamente dal teatro dei nostri sogni, incontro al buio, alla notte, verso una meta sconosciuta.

Eppure il racconto evangelico è permeato di speranza, è prefigurazione di un nuovo inizio, proposta di coordinate e strumenti di una prospettiva e creazione nuova.

Il cuore dei due viandanti, man mano che procedevano si infiammava di commozione, di calore e di gioia mentre il viandante sconosciuto procedeva nella illustrazione piena e nella lettura critica degli eventi avvenuti, che erano stati causa di delusione.

Ciò che è accaduto è il fallimento di un progetto costruito in opposizione alla proposta rivelata da Dio all’uomo e descritta e realizzata dalla vicenda di Gesù di Nazareth. Una vicenda delineata dalle Sacre Scritture, vissuta e annunziata da Gesù di Nazareth, che ha avuto l’apice nel dono della sua vita e del perdono di ogni nefandezza, offerti sulla croce e che oggi si prolungano e si estendono nella condivisione del pane spezzato, quello quotidiano per ogni uomo che vive sulla faccia della terra, e del pane eucaristico offerto chi accoglie il Vangelo e la prospettiva di Gesù.

I due viandanti, con la forza, lo spirito e l’entusiasmo ricevuto dall’uomo sconosciuto, ripercorrono la strada a ritroso e si premurano di raccontare a tutti quale è il percorso che porta alla vita e che rinnova la faccia della terra: la prospettiva dell’amore, insegnato, vissuto e testimoniato da Gesù di Nazareth”.La messa festiva della III domenica di Pasqua, è stata celebrata, senza la presenza dei fedeli, dal vescovo mons. Giuseppe Piemontese, nella chiesa di Santa Chiara del monastero clariano della Santissima Annunziata di Terni, e che è stato animata dalle sorelle Clarisse.

Il vescovo ha ricordato come “Nei due discepoli, che si allontanano di Gerusalemme, in fretta e distanziati, possiamo intravedere e leggere la vicenda dell’umanità nel tempo del Coronavirus…. Uomini e donne, che avevano impostato la parabola dell’esistenza in una folle gara di orgogliosa presunzione di raggiungere traguardi scientifici, economici e sociali infiniti, ponendo ai margini limiti etici e il bene complessivo dell’intera umanità: la terra, il cielo, il mare, gli animali, le piante, l’uomo in tutte le sue dimensioni. I due di Emmaus, spaventati fuggono, impauriti per le loro attese deluse e per le ambizioni frustrate”.

L’Omelia del vescovo

“Tempo di Pasqua, esperienza del Risorto, trasformazione della vita cristiana. Come gli apostoli, chiusi in casa, pieni di fede e di attesa, ci disponiamo ad incontrare Gesù Risorto, che ci aiuta a leggere gli eventi “pasquali” che stiamo vivendo, e a reagire con speranza e gioia. Quella che abbiamo vissuto e stiamo vivendo è una Pasqua senza la presenza fisica del Popolo di Dio, sottolineata dalle note del dolore, sofferenza, malattia, morte. La paura per il contagio e la preoccupazione per il futuro: sono i sentimenti e il clima dominante e che ci tengono segregati nelle case in una lunga e interminabile quarantena di quasi 2 mesi.

E anche ora che si parla di ripresa, di fase 2, di riaperture, ci rendiamo conto che nulla sarà più come prima. Dovremo cambiar abitudini, ci aggireremo per le strade sospettosi, saremo abitanti di un mondo che dovrà privarsi del calore dello stare insieme, delle grandi adunate festose di liturgie religiose e civili.

Dovremo accontentarci di camminare in solitudine, di relazioni a distanza, di convivenza senza prossimità, di amicizia senza abbracci, di affetti senza baci.

La costruzione di una civiltà, società, fatta di convivenza umana si priverà degli elementi di affettività e sentimenti, di interscambio di flussi affettivi, che renderanno le nostre comunità fredde e razionali.

Nei due discepoli di Emmaus, che si allontanano di Gerusalemme, in fretta e distanziati, possiamo intravedere e leggere la vicenda dell’umanità nel tempo del Coronavirus.

Uomini e donne, che avevano impostato la parabola dell’esistenza in una folle gara di orgogliosa presunzione di raggiungere traguardi scientifici, economici e socili infiniti, ponendo ai margini limiti etici e il bene complessivo dell’intera umanità: la terra, il cielo, il mare, gli animali, le piante, l’uomo in tutte le sue dimensioni.

I due di Emmaus, spaventati fuggono, impauriti per le loro attese deluse e per le ambizioni frustrate. Una prospettiva di vita infranta. Noi speravamo…

Emmaus è la certificazione della sconfitta di un modello di umanità e di sviluppo basato solo in una dimensione orizzontale, in una prospettiva terrestre, fatta di possesso smodato, sfruttamento della creazione, in una competizione selvaggia, prevalenza degli istinti animaleschi della lussuria, predominio dell’uomo sull’uomo, di nazioni su nazioni con la forza della violenza, delle armi, dell’economia, della finanza…Noi speravamo… Ora constatiamo la fine di un sogno, la certificazione della vittoria e prevalenza dell’odio e della morte. La prospettiva è allontanarsi e in fretta… andare lontano anche fisicamente dal teatro dei nostri sogni, incontro al buio, alla notte, verso una meta sconosciuta.

Eppure il racconto evangelico è permeato di speranza, è prefigurazione di un nuovo inizio, proposta di coordinate e strumenti di una prospettiva e creazione nuova.

Il cuore dei due viandanti, man mano che procedevano si infiammava di commozione, di calore e di gioia mentre il viandante sconosciuto procedeva nella illustrazione piena e nella lettura critica degli eventi avvenuti, che erano stati causa di delusione.

Ciò che è accaduto è il fallimento di un progetto costruito in opposizione alla proposta rivelata da Dio all’uomo e descritta e realizzata dalla vicenda di Gesù di Nazareth. Una vicenda delineata dalle Sacre Scritture, vissuta e annunziata da Gesù di Nazareth, che ha avuto l’apice nel dono della sua vita e del perdono di ogni nefandezza, offerti sulla croce e che oggi si prolungano e si estendono nella condivisione del pane spezzato, quello quotidiano per ogni uomo che vive sulla faccia della terra, e del pane eucaristico offerto chi accoglie il Vangelo e la prospettiva di Gesù.

I due viandanti, con la forza, lo spirito e l’entusiasmo ricevuto dall’uomo sconosciuto, ripercorrono la strada a ritroso e si premurano di raccontare a tutti quale è il percorso che porta alla vita e che rinnova la faccia della terra: la prospettiva dell’amore, insegnato, vissuto e testimoniato da Gesù di Nazareth”.

fonte: Ufficio Stampa e Comunicazioni sociali Diocesi Terni-Narni-Amelia dott.ssa Elisabetta Lomoro

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